Tevere in fiamme, di Alessio Brandolini

tevereinfiamme

Azimut, Roma, 2008

Le poesie di Tevere in fiamme sono percorsi dell’esistenza, mappe lacustri, fluviali, marine (oltre al Tevere, il Circeo e i laghi laziali) fin su per i Colli Albani. 
Una voce jazzistica vibra in forma sinuosa, entra nella vita d’ogni giorno, nelle origini della nostra civiltà greco-romana e nel dolore che attraversa il mondo. 
Una geografia dove il paesaggio si fonde alla memoria – personale e collettiva – e a questo Tevere dantesco. I versi percussivi di Alessio Brandolini incitano a proseguire, a non adagiasi/adeguarsi, ad affrontare il viaggio, i ruderi della storia e gli aspri conflitti d’inizio millennio. 
Tevere in fiamme è un intenso e teso dialogo con Roma, con se stesso e con la poesia (la propria e di altri, come quella del venezuelano Montejo), è un flusso poetico di vibranti e incandescenti visioni.



 

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          La poesía cruza la tierra sola,
          apoya su voz en el dolor del mundo

                                     Eugenio Montejo
    *

Di notte la vita ha frammenti di bellezza
nascosti nelle voci suadenti delle foglie
quando si staccano dai rami e lente
planano sull’asfalto, sui sacchi d’immondizia.

Da qui vedo il paese, in alto sulla destra
lo stesso che ha scolpito questo cuore 
fitto d’oscure macchie e pietra grezza
che cede alla polvere i petali della sua pigrizia.

Il fischio vibrante delle canne è spronato
dal vento che trascina con sé le tracce 
di fiumi asciutti, o in fiamme,
di territori assetati e sconvolti in questi giorni.

Ora mi lascio sfoltire dall’erba
con gli occhi chiusi poto i ciliegi 
ma l’esodo dalle ferite è il frutto che ci afferra
e alimenta la voglia di ripartire dall’inizio
perché la bocca ha le sue aguzze spine 
a sigillare i ricordi, i fiori carnosi della savana.


    *

Di più non posso
sottrarmi alle tenebre, all’abisso
nel mare chiuso in uno specchio
e scalzo andare incontro al figlio
con le mani assicurate a un fosso.

Se potessi parlarti un giorno 
ti racconterei dei bisbigli
d’ali del pappagallo chiuso 
in una gabbia messa in mostra
in un salotto ingombro di sbadigli,
delle doglie dopo il parto respinto
dei toni aspri che scacciano la luce.

Quello non era un sogno
ma realtà spalmata nello sguardo
con la camicia sudata e le scarpe
sprofondate nel fango, i tacchi
sbattuti sulle pietre consumate
dal cammino e del suo esatto contrario.
La nuvola che sorvola i giorni lesta arpiona i sogni 
con dolcezza porta via la pelle e i grani del rosario.

    Dà fuoco alla città e al bosco. Guarda: 
    adesso persino il Tevere è in fiamme!


    *

Mi rivolgo al caldo tropicale per il piacere che ho della luce
con il tiepido sussurro emanato dal sordo che ascolta il sole
la devozione del sarto che a occhi chiusi si cuce le labbra
lo scuotimento dell’animale dalle zampe annodate al collo.
Sulle spalle le spine delle rose, le schegge degli alberi, 
le pietre ancora calde di case e palazzi divorati dalle bombe.

Uccelli della notte mettono il becco nella luna dei nostri occhi
lasciano un segno d’ali leggere, di rientri in punta di piedi. 
Di ricordi vaporizzati dal sale
di uomini dallo sguardo onesto
del regolare fluire delle stagioni
di nidi di grano e spighe di frutti
di fiori di fumo che salgono dalla legna che arde
del piacere del corpo rivestito con borchie di rame.

Mi ritrovo uno scalpitio di puledri nel petto
un passaggio di piume, una fuga di iene assassine.


    *

Di notte fodero il buio con spessi strati di neve
e immobile ascolto le cicale che da sempre
ci respirano accanto o si nascondono nelle nostre vene.

Così resisto ai colpi del tempo, addolorato ma non sconfitto 
mi fascio la fronte di spine, metto nei denti il veleno giusto. 
Nel flusso sciolto dal sogno c’è sangue dappertutto
di madri e padri che in guerra hanno perso il figlio. 
Al rallentatore rivivo il viaggio dell’indeciso
del pazzo ubriaco e trafitto da foglie di banano, platano o fico.

A volte osservo ad occhi chiusi come avrei
voluto che fosse il mondo
e ascolto il triste scoppiettio del forno
annuso e sfioro con le dita il pane
bianco a lievitazione naturale
i decenni spesi (e ormai persi) a farsi del male
a scagliare parole di sconforto sulle navi in fuga d’Ulisse.


    *

Dialogo tutto il giorno coi pesci tropicali dagli elettrici colori
stando in ascolto delle stelle da rosicchiare in silenzio
delle cicale rinchiuse in bolle d’aria che fanno tanta tenerezza.

Le branchie slargate
dal prossimo tuo
odiato come te stessa.
Risalgo in verticale
afferro la superficie
esplodo in cerca 
di un soffio, con te
chiusa tra vetro e mare
la faccia dilatata 
di osservatrice inquieta.

Divido con gli squali di passaggio
la tenera mollica, la crosta dorata 
l’uva matura di mio padre
ma solo a te 
ho aperto un varco tra le canne
in quel sogno di baci profondi
poi fatto a pezzi dal grido del corvo.

Ora se parlo qualcuno mi ascolta.


    *

Questo stormire d’acqua non è un suono
atavico come tu dici, ma la fontana
di Trevi e sulle foglie dei platani 
disposti a croce non sta scritta la vita.
Da lì non scendono gemme dorate 
ma punte di lance che si conficcano
nella carne marcia dei pesci d’acqua dolce
e nelle teste dei passanti: puoi vederli a lungo
in ginocchio a raccogliere frammenti, ricomporre
con scrupolo il puzzle della memoria, delle emozioni.

Infatti lungo il Tevere oggi le auto in coda ardono l’aria
le pallide cortecce dei platani, il volto ustionato e stanco
delle città-mondo che alla svelta s’espandono senza freni.

Questo stormire d’acqua è il pianto che piove dentro. 
Al padre vorrei dire ciò che sento
portargli in dono non la rabbia per la terra maltrattata
ma l’inutile scheletro per seppellirlo con questi versi
in un’urna romana sotto il paese medievale
dove sono cresciuto all’ombra della torre campanaria. 
Alla madre una semplice e docile preghiera 
di pietre taglienti che il tempo ha trasformato in pane.

Essere costretti alla forca
a mostrare il danno irreparabile.
Così il sarto che a se stesso cuce gli occhi
e più tardi, con destrezza, anche la bocca.


    *

Grandinata di parole sparate dal silenzio 
strapazzato dai tubi di scarico delle auto 
dei bus lunghi una quaresima voluti dal sindaco ecologista.
Da un pensiero antico nascosto tra foro d’Augusto e le torri
le dighe di calcestruzzo di Tor Bella Monaca, del Prenestino.

Buccia d’arancia la basilica di San Pietro
con il papa tedesco a Istambul sceso nel fiume
nella visione d’amore che abbraccia 
il nemico.

    Così capovolta è una barca
    la cupola va in fuga e lesta
    arriva all’altra sponda latina
    dove la chiesa cattolica
    ha indorato regimi di tortura.
    Colpito proprio in mezzo
    all’osso che ci sostiene
    assieme a ogni tipo
    di sospetto, coi lacci 
    delle stelle attorcigliati al collo.

    E non dimentico nulla del giorno
    nemmeno al buio, o sotto tortura.


    *

Un paio di labbra screpolate dal freddo
fissano a lungo Roma murata dalle auto
poi si stringono a sottile, oscena fessura
cerniera di rame e d’acciaio, antiscasso
punto esclamativo scoppiato in silenzio
in combutta con l’odio che ancora perdura.

La notte è un foglio bianco ricoperto di solchi profondi
di terra grassa macinata lentamente da silenzi oceanici 
dove gli alberi del lungotevere organizzano una danza
con i fili spinati che giungono dalla Palestina
le tremule luci di Castel Sant’Angelo riflesse nell’acqua.

Cola a sorpresa il sogno (dopo anni avviliti dall’oblio)
             di scucire le labbra
                         e lanciare un grido
affondare i denti avvelenati al collo gelido del tuo dio.


    *

Agli occhi appenderò il sorriso e la rabbia
non mi chiederò se dormo o son desto
e la notte è solo un residuo di luce gialla
o se questa gioia è il nostro umile concerto.
Coi baci volevo spogliarti dal dolore e dall’esilio
le mie dita legate al tuo corpo erano una grancassa
la lingua lo svelto violino che scioglieva ogni dubbio.

Senza gloria mi piego per raccogliere
i granelli di polvere che ci conoscono.
Verranno lune più dolci? altre pietre? 
ci sorrideranno fiumi più limpidi? 
terre da arare e difendere a denti stretti?

Indosso le tue parole che un giorno
mi avvolsero di nebbia luminosa.
Ora che non ci sei ti mostrerò altre storie
farò i conti con gli osti, i vivi e i morti,
con il vento divino che strapazza le foglie
incunea tra sole e luna lo sposo e la sposa.


    *

a Eugenio Montejo, in memoria                     

La città eterna ci rovina addosso, non bastano le palafitte
né il verde profumo della savana. Ai tropici fa freddo
e a volte cade persino la neve. 
Sono stato sotto i ponti e ho visto le tenebre
le croci, il fiume tagliato in due dall’oceano dei liquami
il tatuaggio di nuvole sulla pelle strappata alle lucertole.

Crolla addosso la pioggia di settembre
i conflitti sul lavoro con le scimmie ammaestrate
i pugni allo stomaco dati e ricevuti
la manciata di chiodi che segnano il percorso
gli alberi strappati alla terra, le menti telecomandate.

    La ripresa del sogno
    perso al volo, in salita
    bagna il becco nel nero delle strade 
    nella calma dei buoi che trascinano
    le foglie dei platani, degli ulivi
    persino dei banani dove sta scritta la vita.

I lampi sinistri del Tevere illuminano gli sfregi sul volto della Terra. 
Nel paesaggio saldo e assoluto delle rovine che ci rotolano addosso
oggi trovo un canto e ti vengo incontro (se posso, se me lo permetti)
negli occhi la luce sfibrata ma tenera di Roma 
sulle spalle le pietre del fiume. E questa voce che alla tua s’affianca.

giugno 2008                     


CON I NEON NEL CUORE

avevo bisogno del tuo sguardo d’occhi
sempre aperti per confondermi
le idee. perché aspettavo che il silenzio si adagiasse
nell’antro del cuore (farfalla dalle ali stropicciate) 
e tu avresti dovuto abbatterlo nei pressi
di fontana di Trevi dove ho vissuto i momenti più felici 
e quelli più duri, farciti con il fiele dell’esilio,
con il soffio della tua esistenza, con il tuo corpo che avrebbe potuto 
accogliere il mio. ho provato, sai, a seguire il canto: il sordo rumore
delle rose era assordante. i ricordi. le facce. i pensieri che sbattono
nel cervello i piatti per delle ore. meglio, allora, lanciarsi dal ponte
coi professori-poeti e i poeti di professione, io sto con gli sguatteri
della poesia. tornare all’ombra tangibile, allo scarto di se stesso, 
alle menzogne sincere, al taglio della mano e carne, lingua e naso.
alla verità impudica che sanguina persino sui manifesti pubblicitari.

                                                                   nel frattempo non trascurerò
il giardino (mia tomba odorosa) e avrò sempre bisogno dello sguardo
della tua forma che scroscia dalle altre mille immagini di Roma: 
a festa illuminata e persa dietro il fiume in fiamme, ai neon, 
al nido di lamiere, teli di plastica e cartoni dei rifugi dei derelitti. 
ai patinati e giganteschi oggetti (calze, orologi, auto, profumi…)
reclamizzati da visi perfetti, da corpi ginnici abbronzati e ardenti.
trovi la traccia persino nei volti dei passanti 
di questa malattia che, in effetti, non lascia scampo: ci cala dritti nel pozzo
poi lentamente ci affonda (acre oblio del sonno) nelle sue morbide braccia.

 


tevereinfiammeimg

                             Il disegno che chiude il libro,
                                      di Stefano Cardinali


NOTA

Tevere in fiamme è apparso la prima volta sul n° 5 della rivista web “Fili d’aquilone” (gennaio marzo 2007). Alcuni testi sono stati pubblicati sulle riviste “Nuovi Argomenti” (n. 39, luglio-settembre 2007) e “Collettivo R” (n. 4-6 gennaio dicembre 2007). Qui lo si propone con qualche variante e l’aggiunta della sezione finale Zattere d’acqua. La poesia Con i neon nel cuore è stata pubblicata nell’antologia Scritture urbane (LietoColle 2007).

Un grazie a Stefano Cardinali per l’amicizia, l’attenta lettura e il disegno che chiude il libro.

 

Published in: on January 31, 2009 at 2:39 pm Leave a Comment
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Loris Ferri

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venne l’alba e poi a seguire venne

un cielo nero, di corvo, un’ala che preme

la senti? le strade, il petto, la pelle del mondo

e ritma il tempo oscuro delle vite…

 

città morfina, città di luci spente

venne l’alba e fu il cielo eroinico

memoriale triste sulla 5 Strada,

qui venne e si sdraiò più di una notte…

 

la busta l’ago le sigarette e il gin!

simile a un predatore falca maestosa

la notte dei miserabili e senza luogo;

la Notte-Morte, ha già scaldato il fiato…

 

la Notte-Morte, ha già sbocciato gigli!

la Notte-Morte si fa strada, sogghigna

e attende come le conviene!

il suo grande Sipario-Morte, è stato già tirato!

 

venne l’alba e poi a seguire venne

l’ala cupa di un cielo nero

come da giorni a quell’ora capitava;

venne e sembrava, portarsi dietro l’era…

 

Loris Ferri, borderlinea, Thauma Edizioni, 2008

 

altre poesie qui


Published in: on December 22, 2008 at 12:08 pm Leave a Comment
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L’antologia

Ho sempre considerato la rete come uno strumento potentissimo che, se utilizzato con criterio, può dare numerosi ottimi frutti. Credo che il rischio più alto che presenta, sia quello della dispersione, del pericolo di privilegiare la quantità a dispetto della qualità. Ma se invece si tenta di attuare il processo inverso, mantenendo sempre costante il filtro, e applicando alla rete criteri selettivi rigidi e scelte metodologiche serie, è possibile sfruttarne tutte le potenzialità, in modo da farne non tanto un surrogato o un sostituto del cartaceo, quanto piuttosto un suo complemento e completamento. Mentre infatti l’editoria cartacea ha in linea di massima tempi piuttosto lunghi, la rete consente l’immediatezza nella trasmissione delle informazioni e nella proposizione di contenuti. Essa può dunque essere utilizzata come un momento di passaggio, un banco di prova su cui cimentarsi prima di fare i conti con la forma più “definitiva” della pubblicazione tradizionale.

Sulla base di queste premesse, nel 2005 ho creato un sito www.chiaradeluca.com, che oltre a contenere lavori miei, aveva/ha il suo punto di forza in una pagina dedicata alla poesia italiana. È in questa sede che, come in una antologia aperta, una sorta di laboratorio, ho cominciato ad accogliere le opere di altri poeti, Adesso la pagina Poeti Italiani del mio sito è consultabile anche in una forma più facilmente fruibile all’indirizzo http://italianpoets.wordpress.com, dove si possono leggere gli scritti di oltre 130 poeti italiani contemporanei.

Ho sempre considerato la rete come uno strumento potentissimo che, se utilizzato con criterio, può dare numerosi ottimi frutti. Credo che il rischio più alto che presenta, sia quello della dispersione, del pericolo di privilegiare la quantità a dispetto della qualità. Ma se invece si tenta di attuare il processo inverso, mantenendo sempre costante il filtro, e applicando alla rete criteri selettivi rigidi e scelte metodologiche serie, è possibile sfruttarne tutte le potenzialità, in modo da farne non tanto un surrogato o un sostituto del cartaceo, quanto piuttosto un suo complemento e completamento. Mentre infatti l’editoria cartacea ha in linea di massima tempi piuttosto lunghi, la rete consente l’immediatezza nella trasmissione delle informazioni e nella proposizione di contenuti. Essa può dunque essere utilizzata come un momento di passaggio, un banco di prova su cui cimentarsi prima di fare i conti con la forma più “definitiva” della pubblicazione tradizionale.

Ora è il momento di segnare una prima tappa e cominciare a tirare le somme del lavoro di lettura e analisi svolto negli ultimi anni. Nasce così una prima antologia cartacea. Della metodologia e del criterio di selezione dirò più diffusamente nell’introduzione.

In breve questa antologia nasce dal desiderio di diffondere la poesia di qualità, il lavoro serio sui testi, di condividere il bello (cioè la parola quando è vita e verità), poesie che mi hanno detto e dato qualcosa, non mi hanno lasciata uguale. Questo credo che sia il fine primario della poesia. Gli autori, salvo qualche eccezione, sono tutti coetanei (anni ‘70), in qualche modo compagni di viaggio, vicino, lontani o talvolta mai incontrati nello spazio fisico.

 

L’antologia sarà pubblicata da Fara Editore di Alessandro Ramberti nei primi mesi del 2009

 

Chiara De Luca

 l’anteprima qui

 

 

Published in: on December 1, 2008 at 7:24 pm Leave a Comment
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Massimiliano Martines

massimiliano-martines

 

LUCE ARANCIONE

mi laverò con la luce dell’arancione
al suono dello sciabordio delle onde
e il traffico delle macchine in corsa
- eco di un pisolino pomeridiano,
tra le lenzuola di un letto a due piazze
e i riflessi filtrati dai buchi di persiane -
sarà un mare di apparente pace
simulazione di una vacanza, ombra
un’infanzia proiettata sul muro, con mani
modeste intrise di sapone per una pila di piatti
da lavare, poi il respiro di un cinema
all’aperto, quattro chiacchiere in un parco,
in una città ora disaccogliente e sorda
popolata solo da alcoliche bisunte figure,
- anime anelanti il volo da una base
musicale – e il sonno nella notte dell’ultimo
guardiano dell’estate che si avvia alla fine
davanti a monitors senza bagliore, una blatta
nel sudiciume della strada che drizza le antenne
nella miseria gialla di un lampione, così davanti
alla stazione coi treni che confondono traiettorie
uomini in cerca di corpi o di una dose
da comprare, mi laverò con la luce -
appena salite le scale – anche solo
del personal computer, un tempo
Bologna eri un amore,
                                                              bella!,
quasi una città di mare

 

altri testi di Martines


Published in: on November 23, 2008 at 10:18 pm Leave a Comment
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Narda Fattori

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Mi nutro di sorrisi

nel braciere dei giorni

bulimica d’amore

 la perfezione mai raggiunta

 

l’amaro del sale mi stordisce

il pane non si mangia più

che per millenni ha nutrito.

 

Seccata la sorgente

mi è rimasta

una imperfetta parola

anagrammata nel tempo

ho ricomposto il mio stare

senza rimpianti

parola imperfetta umana

che mai ha cessato di bruciare

alle raffiche del vento.

 

Narda Fattori

Published in: on November 17, 2008 at 5:48 pm Leave a Comment
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Italian Poets from www.chiaradeluca.com

 

 

Fabiano Alborghetti
Annelisa Alleva
Antonella Anedda
Luca Ariano
Lucianna Argentino
Alessandro Assiri
Martino Baldi
Massimo Baldi
Tolmino Baldassari
Bruno Bartoletti
Luca Benassi
Corrado Benigni
Alberto Bertoni
Stefano Bianchi
Andrea Bonnin
Alessio Brandolini
Maria Grazia Calandrone
Paolo Campoccia
Caterina Camporesi
Lorenzo Carlucci
Roberto Ceccarini
Alberto Cellotto
Fabrizio Centofanti
Tiziana Cera Rosco
Gianluca Chierici
Fabio Ciofi
Domenico Cipriano
Roberto Cogo
Giuseppe Cornacchia
Laura Corraducci
Claudio Damiani
Gianluca D’Andrea
Andrea D’Urso
Filippo Davoli
Carla De Angelis
Milo De Angelis
Carmine De Falco
Rosalba De Filippis
Francesco De Girolamo
Chiara De Luca
Salvatore Della Capa
Vincenzo Della Mea
Vera Lúcia De Oliveira
Alba Donati
Matteo Fantuzzi

Narda Fattori

Annamaria Ferramosca

Loris Ferri
Umberto Fornasari
Sabrina Foschini
Fabio Franzin
Tiziano Fratus
Lucetta Frisa
Mauro Germani
Alessandro Ghignoli
Gabriella Gianfelici
Marco Giovenale
Lorenzo Giuggioli
Gabriella Valera Gruber
Stefano Guglielmin
Pierluigi Lanfranchi
Eliana Deborah Langiu
Stefano Leoni

Giacomo Leronni
Franco Loi
Stefano Lorefice
Paola Loreto
Mario Luzi
Ugo Magnanti
Valerio Magrelli
Paola Malavasi
Stefano Maldini
Gian Ruggero Manzoni
Francesco Marotta

Massimiliano Martines
Stefano Massari
Francesca Matteoni
Daniele Mencarelli
Simone Molinaroli
Guido Monti
Silvia Monti
Massimo Morasso
Luigi Nacci
Giampiero Neri
Davide Nota
Aldo Nove
Massimo Orgiazzi
Claudio Pagelli
Alessandra Palmigiano
Raffaello Palumbo Mosca
Pietro Pancamo
Erminia Passannanti
Roberto Pazzi
Gabriele Pepe
Umberto Piersanti
Nicola Ponzio
Roberto Rossi Precerutti
Alessandro Puglia
Fabio Pusterla
Loretto Rafanelli
Alessandro Ramberti
Giusi Maria Reale
Angelo Rendo
Anila Resuli
Roberto Roversi
Piero Saguatti
Francesca Sallusti
Stefano Sanchini
Massimo Sannelli
Marco Scalabrino
Gregorio Scalise
Giancarlo Sissa
Michele Sovente
Santi Spadaro
Antonio Spagnuolo

Mariarita Stefanini
Stefano Sturloni
Francesca Tini Brunozzi
Rossella Tempesta
Francesco Maria Tipaldi
Francesco Tomada
Caterina Tritto
Giovanni Turra Zan
Giovanni Tuzet
Matteo Veronesi
Fernando Vidal
Katia Zattoni
Liliana Zinetti
Teresa Zuccaro

 

Published in: on October 18, 2008 at 4:05 pm Leave a Comment

Mariarita Stefanini

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Sei qui, sei l’attimo
quando l’ombra si posa su altre mani che chiedono
se ricevo viva le loro parole.

Squarciato da un’Ave Maria
dimmi il dolore del dubbio
quello che non ha motivo, che la mente apre
in un vortice.

Il dubbio è che il bene poi anche chieda
che il bene muova
a colpi di spalle e reni le pietre
sigillate con i nostri nomi.

Published in: on November 8, 2008 at 10:38 am Leave a Comment
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